IL DILEMMA DEL PRIGIONIERO

          Affrontiamo la nuova ondata di contagi con una migliore conoscenza del virus, che sta condizionando la politica sanitaria e l’economia del nostro Paese. Ormai la querelle circa l’adozione di misure di prevenzione e di contenimento della pandemia coordinate e coerenti da parte dei Paesi europei è  “fuori dibattito”, poiché ogni Paese prende provvedimenti proporzionati, nella durata e nell’entità, alla propria situazione epidemiologica, optando per la tesi dell’equilibrio non ottimale quale soluzione al “dilemma del prigioniero”: due imputati dello stesso reato vengono incarcerati in posti diversi e debbono decidere quale strategia adottare per ottenere il massimo sconto di pena; alla fine, l’uno all’insaputa dell’altro, decidono di “non collaborare” perché solo così calcolano di essere condannati alla più bassa pena detentiva.

        Il dilemma sembra spostarsi, all’interno,  sul piano della interazione Governo/Regione/Comuni con un ventaglio di protocolli e di responsabilità abbastanza ampio e non sempre chiaro. Resta il richiamo al principio che “ognuno deve fare la sua parte”, in altri termini sono i cittadini che debbono aver cura della propria salute mantenendo alta l’attenzione e osservando elementari regole di prudenza.

      Intanto la crisi pandemica ed economica sta cambiando le nostre abitudini e l’organizzazione della vita sociale. Il lavoro, la scuola, gli spostamenti con i mezzi pubblici, il ricorso ai servizi quotidiani per la spesa alimentare e  gli altri consumi, andare in banca o all’ufficio postale, accedere allo studio del medico di base, la messa della domenica, gli svaghi del weekend come lo sport, il cinema e il teatro, tutto è a numero chiuso e le code di attesa si allungano sui marciapiedi e sull’asfalto delle città. Leggo negli occhi delle persone lasciati scoperti dalla mascherina , molte sono donne/le vere manager del bilancio familiare, un misto di rassegnazione e di consapevole e dignitosa partecipazione alla scenografia del dramma collettivo che stiamo impersonando. Le espressioni sono quelle già viste nella documentazione fotografica della pandemia spagnola di un secolo fa, sono le stesse del popolo in fila nelle proteste per il pane e il lavoro negli anni del dopoguerra immortalate nei reportage in bianco e nero di una bellezza artistica sconvolgente. Forse a Gravina, ad Altamura e nei piccoli centri del circondario gli spostamenti e le incombenze quotidiane si svolgono con minor disagio grazie alla “prossimità” dei luoghi da raggiungere, senza resse sui mezzi pubblici e con il privilegio di muoversi a piedi senza eccessivo dispendio di tempo e di energie. Ma i rischi di contagio sono presenti e concreti nelle scuole, negli uffici, negli stabilimenti, nei mercati, nei locali pubbici e commerciali, anche a Gravina e Altamura e altri piccoli centri.

     Bisogna avere pazienza, coraggio e fiducia nel rimbalzo del dopo pandemia che ci restituirà, insieme al lavoro, la libertà di movimento e  di socializzazione di prima. Dicono  però che sarà diverso da prima. Frank Sinatra cantava a metà degli anni quaranta, finita la guerra,  “The best is yet to come”, il meglio deve ancora arrivare. Sarà così anche questa volta?

    Le misure restrittive messe in opera da tutte le economie avanzate sono dettate dall’esigenza di bilanciare la tutela della salute con l’obiettivo di non bloccare del tutto l’attività produttiva. In ogni caso esse incidono sulle opportunità lavorative e sulla capacità reddituale di gran parte della popolazione.

La sopportabilità del danno economico provocato dalla pandemia dipende dalla capacità di reddito delle famiglie e dallo loro ricchezza patrimoniale, in quanto se il flusso periodico del reddito durante l’emergenza non è sufficiente a sostenere il danno le famiglie debbono intaccare la propria ricchezza finanziaria, cioè i risparmi accumulati, per mantenere il proprio stile di vita. Quando neanche i risparmi sono sufficienti per gestire l’emergenza, la famiglia rischia di cadere sotto la soglia di povertà “finanziaria” che, per definizione europea, è pari al 60 per cento del reddito mediano nazionale. E’ a rischio di incorrere in tale concetto di povertà il 40 per cento della popolazione italiana, secondo un’indagine europea del 2016. In particolare, sono i lavoratori autonomi e i dipendenti con contratti a termine quelli più esposti al rischio di povertà “finanziaria”.

    Alleggerisce la situazione la constatazione che le famiglie italiane, nel confronto internazionale, posseggono proprietà immobiliari più rilevanti e hanno minori debiti bancari, fattori, questi, che rappresentano una via di fuga dall’emergenza anche se a  condizioni non sempre accettabili.

   La questione ora  è che la ripresa dell’economia nel 3° trimestre dell’anno (+ 12 per cento) recupera solo parzialmente la perdita registrata nel trimestre del lockdown (- 13 per cento) e sconta lo stimolo ricevuto  dalle misure monetarie e di bilancio apprestate dal Governo. Il quadro congiunturale si avvia quindi a chiudere l’anno con una perdita del PIL di circa il 10 per cento; in altri termini, come sostiene Confindustria, torniamo indietro al livello di 23 anni fa.

   Le conseguenze della pandemia sono state gravi soprattutto per l’industria, a causa della cancellazione degli ordini dal mercato interno ed estero, e per alcune attività terziarie, quali il turismo, i trasporti, le attività ricettive e della ristorazione. Le previsioni indicano un recupero nel 2021 intorno alla metà di quanto si è perduto. La maggior parte delle imprese consultate valutano che il ritorno alla situazione pre-crisi potrà avvenire solo nell’arco di dodici mesi. Alcune tra le imprese ritengono che non ritorneranno più ai livelli produttivi precedenti.

   Il clima di fiducia delle famiglie sulle prospettive dell’economia italiana è migliorato nel trimestre estivo della ripresa, tuttavia rimane elevata la quota di famiglie che esprimono valutazioni pessimistiche,  rappresentate soprattutto dai nuclei i cui capi sono lavoratori autonomi o disoccupati o dipendenti con contratti a termine.

   La pandemia fa crescere la tendenza al risparmio per motivi precauzionali a fronte della temuta diminuzione del reddito; in questa nuova ondata di contagi a frenare  sono i consumi e  soprattutto le spese legate al turismo e alle attività ricreative. Le famiglie e le imprese hanno fatto maggior ricorso all’indebitamento bancario, favorito da condizioni di accesso al credito più favorevoli e dal sistema di garanzie pubbliche.

   In definitiva, è ormai evidente che il coronavirus ha colpito in maniera indiscriminata ricchi e poveri, personaggi potenti  e poveri “cristi”, medici e pazienti. Ma ha accentuato le diseguaglianze sociali, attentando alla capacità di sopravvivenza delle fasce della popolazione più deboli e precarie economicamente parlando. Una vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera del 17 ottobre fa ironia sul concetto di “distanziamento sociale”, mostrando sulla strada di una grande città il movimento dei mezzi di trasporto e delle persone per recarsi a scuola: un autobus stracolmo di studenti è affiancato da un’automobile privata nella quale si intravedono uno studente e un autista alla guida. Nella crisi in atto, è vero,  c’è il sistema dei trasporti che non regge, ma ci sono quelli, pochi, che la fanno franca.

Giuseppe Marrulli

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