Api: armonia, felicità, sopravvivenza

di Giuseppe Bolognese

Ricco e festoso incontro di sociologia animale, musica, bioetica, entomologia e tutela dell’ambiente nell’Auditorium della Parrocchia Maria Madre della Chiesa ad Altamura nella mattinata di domenica 26 novembre. Protagoniste sono state le api, certo, ma a voler dare una etichetta essenziale al felice convegno non andrei oltre il binomio armonìa e felicità. L’incontro è frutto della collaborazione di ventitré circoli LIONS e quattro CLUB per l’UNESCO, tutti pugliesi. L’elenco è nella locandina che accompagna questo testo, come anche i nomi degli esperti intervenuti e gli argomenti trattati.

Il mio è soltanto un corollario che ho deciso di stendere a caldo, prima che la memoria si cristallizzi come il miele verace; ma è pure doveroso complimentarmi con gli organizzatori per l’ottima riuscita del convegno. Non sono mancate esperienze di assoluto valore soporifico nella mia lunga carriera, quindi è stato molto edificante trascorrere due ore abbondanti di una fredda mattinata d’autunno con altri curiosi in una sala resa amena dal racconto della sapienza sociale delle api e dalla voce calda e accattivante del clarinetto e del soprano.

La relazione di Eustachio Tarasco, docente di Entomologia nell’ateneo barese, ci ha regalato un tuffo piacevolissimo negli antri più segreti degli alveari: omaggio coincidentale e non casuale alla precedente Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne, provvide e generose donne che ci hanno portati al mondo, mai immaginando che le avremmo compensate con la violenza. Valga dunque la lezione tutta al femminile delle api operose, provvide e pacifiche. La relazione è stata introdotta e commentata sapientemente da Angela Gabriella D’Alessandro, anch’ella docente dell’ateneo barese.

I relatori

Gli intermezzi musicali hanno incantato i presenti; nell’introdurre i brani Luciano Garramone ha sottolineato l’importanza della collaborazione appulo-lucana, cornice perfettamente adatta al discorso sulla proficua collaborazione  e la perfetta armonia nella comunità dell’alveare, tutta al femminile. Ebbene lucani erano i musici, lucano il paesaggio cui allude Che sarà, il successo sanremese dei Ricchi e poveri (1971), stando alla testimonianza di Jimmy Fontana, che faceva risalire a Bernalda il “Paese mio che stai sulla collina/disteso come un vecchio addormentato” che apre la canzone. Per giunta è lucano e figlio di un paesino in collina il garagusano radioastronomo e clarinettista. E i meno giovani tra noi ricordano bene che ai Ricchi e poveri fu abbinato nientemeno che José Feliciano, anche lui originario di un paesino in collina di Puerto Rico. Abbiamo cantato tutti insieme, dominati sì ma non sommersi dalla voce calda e potente del soprano. Appena ci si presenterà l’occasione, inviteremo ancora ad Altamura Martina Tosti, straordinaria alla tastiera in dialogo con il clarinetto, e ammaliante con la sua interpretazione canora. Lo scrivente è assiduo frequentatore delle composizioni del gigantesco Francesco Paolo Tosti (basterà citare ‘A vucchella, parole del non napoletano D’Annunzio), quindi spero che quella canzone sia nel repertorio del soprano omonimo (o è proprio discendente di FPT?). I non iniziati si sorprenderanno leggendo che F. P. Tosti fu ottimo allievo di Mercadante a Napoli: piccolo grande mondo, il nostro! E persino gli iniziati avrebbero difficoltà a citare il nome di un grande cantante lirico – donna o uomo – che non abbia registrato ‘A vucchella.

L’orchestra lirica

I musici ci hanno deliziato, tra l’altro, con un motivo reso famoso nel 1964 da  Sinatra e dalla conquista della Luna: Fly me to the Moon (titolo originale In other words, del 1954). Anche qui c’è una coincidenza memorabile che ci riguarda: lucano era il direttore della Missione Apollo che portò sulla Luna i primi uomini ma anche la registrazione di Fly me to the Moon nel 1969; infatti l’ingegnere Rocco Petrone, morto nel 2006, era figlio di una coppia di emigrati  da Sasso di Castalda.

Il prof Tarasco in scena

Anche l’intervento ben articolato dell’apicoltore mi ha stuzzicato la memoria. All’età di tre anni mia figlia – oggi trentacinquenne – venne ricoverata nell’ospedale dell’università dove lavoravo. Alla piccola fu diagnosticata l’asma infantile, e al secondo episodio di ricovero il primario pneumologo del reparto pediatrico ci consigliò di somministrarle una cucchiaiata di miele della Tasmania (monoflora Eucryphia lucida) tre volte al giorno. Quel miele gode tuttoggi di grande popolarità per le sue virtù terapeutiche, e si trova anche nelle farmacie australiane. Sta di fatto che mia figlia non ha avuto altre crisi respiratorie dopo i cinque anni di età: viva il miele! Aggiungo qui che tra le varietà più apprezzate  di miele australiano c’è quello della colonia di api liguri presenti nell’Isola dei Canguri (Australia meridionale): sbaglia chi crede che l’Italia abbia esportato solo parmigiano, pasta, pesto, pizza, pomodori pelati, e pupi siciliani…

Altra chicca sul miele: nessun Paese al mondo si avvicina all’Italia in fatto di varietà di miele monoflora, ossia miele proveniente da un solo fiore. Prova palmare che la nostra biodiversità è ricca e invidiabile: tocca a tutti difenderla e promuoverla senza tentennamenti.

Chiudo con la reazione spontanea che ho avuto leggendo l’invito al convegno, inviatomi simultaneamente dagli amici Luciano Garramone e Luigi Viscanti, cui sono grato. Ho sùbito pensato alla felicità quando ho letto nella locandina che si sarebbe parlato di api, di salvare le api. E così ho scelto il titolo di questi appunti.

Tanti anni fa – “più di quanti è decoroso ammettere”, sentenziava il decano saggio e sornione della prima università statunitense che avevo frequentato – intervenni ad un convegno organizzato dall’Istituto italiano di cultura a Melbourne. Si parlava del concetto di felicità nei classici contemporanei, argomento difficile all’epoca  e molto più difficile oggi. È più difficile perché siamo pervasi dalla cieca illusione del piacere quale unica misura della felicità, ne siamo schiavi. Platone adduce l’analogia dell’otre bucato: come ci si disseta se l’otre è bucato, come si può saziare il piacere di bere se l’otre è bucato?  Si è perso il senso della misura, si è offuscato il senso della libertà come presupposto per la felicità, che è traguardo semplice se siamo in grado di scegliere liberamente, senza l’assillo del desiderio incontrollato.

Ed ecco l’idea che mi venne in occasione di quel lontano convegno. La disciplina, il controllo, la perfetta armonia dell’alveare è proiezione simbolica della felicità. Le api sono contente del proprio ruolo nell’alveare, la comunità di appartenenza cui restano leali per tutta la vita, e si prodigano continuamente per migliorare il proprio apporto al bene comune. Il fatto che con la pollinazione determinano un terzo abbondante della produzione alimentare sul nostro pianeta è un sovrappiù… Riflettiamo un attimo: la felicità dell’ape, la sua lezione di felicità, sono nella scelta di un fiore. Se ne accorse un poeta dialettale italiano, Trilussa,  e compose una quartina epigrammatica che citai a memoria a Melbourne, e la cito ora in chiusura:

C’è un’ape che se posa,

su un bottone de rosa:

lo succhia e se ne va…

Tutto sommato, la felicità

è una piccola cosa.

27 novembre 2023

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza cookie. Possiamo usare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti ad offrirti una esperienza migliore. Privacy policy