Il missionario dei due mondi, il pastorello torturato, e il Mezzogiorno sacrificato

di Giuseppe Bolognese

Il 12 settembre 1874, al civico 34 di Strada La Chiavica (odierna Via Elia Carvellà) nasceva ad Altamura Grazia Pinto, da Giosafat – pastore, figlio e nipote di pastori – e Marta Ferrullo, figlia e nipote di contadini.  Fin qui tutto normale: risponde al profilo sociale della stragrande maggioranza della popolazione altamurana di quegli anni. Ma c’è un particolare nella vicenda personale del pastorello Giosafat Pinto che lo rende testimone, anzi vittima innocente del molto tormentato decennio che porta al ben orchestrato tripudio dell’unità nazionale: parallasse storica che merita, anzi esige sereno riesame, senza la zavorra di ideologismi, rivalse etniche, senza cedere all’apparenza del ben-servito al bene comune, fumus da dissipare preventivamente.   Ne abbiamo la prova documentale, autentica, inscrollabile nel manoscritto inedito di un altamurano “dei due mondi”, il missionario benedettino Carlo Maria Cardano. 

Padre Cardano Ceylon 1877

Cercherò di essere succinto, consapevole comunque che solo nella poesia “gran matera in picciol loco cape”. Ebbene, Carlo Maria Cardano (Altamura 1841- Colombo, Ceylon 1925) trascorse 53 dei suoi 84 anni nell’odierno Sri Lanka, non rimise più piede in Italia dal 1871, e la sua tomba si trova ancora oggi accanto alla cattedrale di Santa Lucia a Colombo, la capitale. I singalesi cattolici continuano a rendere omaggio al decano dei missionari, e si rivolgono a lui perché interceda per loro in Paradiso: il resto del mondo non ne sa nulla, inclusi noi, suoi conterranei pugliesi. Quando leggerete tutta la storia de LEroe della Graviscella – titolo del primo accenno alla storia del missionario, pubblicato da don Carlo Caputo nel 1984 – vi renderete conto che ottantaquattro anni di vita sono un miracolo, se si tiene conto delle traversìe, delle malattie, degli abusi e di quasi quattro anni di vita sepolta in una putrida cisterna ipogea della Graviscella, infestata da ratti, rospi, grande assortimento di scarafaggi e scarsissimo cibo “con contimento di una coscienza tranquilla”, leggiamo nel suo puntualissimo rendiconto.

Siamo nel 1860. Il 19enne seminarista era tra i primissimi allievi del seminario voluto e ottenuto da Mons. Giandomenico Falconi con il beneplacito di Francesco II di Borbone. Il Cardano era al settimo anno di studi in seminario quando venne reclutato nell’esercito borbonico per contrastare i rivoltosi a Palermo (Convento della Gancia, 4 aprile 1860) e poi l’arrivo dei Mille di Garibaldi il mese successivo. Fu presto promosso caporale nella terza compagnia del 6º di Linea Farnese, grazie al suo senso esemplare di disciplina e lealtà. Assistette a scene di violenza inenarribile e subì abusi e brutalità come prigioniero dei piemontesi. Più ancora che le angherie subìte, lo delusero i tradimenti e la pusillanimità dei generali borbonici.

Padre Carlo Cardano nel 1900 a Ceylon

I piemontesi vittoriosi avevano concesso ai reduci vinti di scegliere tra il ritorno allo stato civile nelle proprie comunità e l’arruolamento nell’Esercito  piemontese; il giovane Cardano scelse il ritorno allo stato civile, non avendo nessun desiderio di tradire il giuramento di fedeltà al proprio sovrano. Era tornato ad Altamura il 7 dicembre 1860, ma il senso di libertà riconquistata, già precario per le disavventure del regno oltre che per i patimenti subìti, presto si sciolse nella delusione totale: i gendarmi della milizia piemontese, “guardie di pubblica sicurezza”come vennero chiamati, lo cercavano per arrestarlo perché contumace – come tanti altri – all’obbligo di arruolarsi “sotto il sabaudo vissillo”, quindi la libertà di scegliere concessa ai reduci  era stata una burla solenne. Donde la scelta dolorosa quanto provvidenziale di sottrarsi alle ricerche dei gendarmi rifugiandosi in una antica cisterna nella contrada detta Graviscella, distante circa tre chilometri da Altamura.

Presentazione del MS

I gendarmi si accanirono tanto alla ricerca del fuggiasco che comunque riusciva ad eludere i loro artigli restandosene nella cisterna in compagnia dei suoi “pochi libriccini”, unica suppellettile accanto al pagliericcio sulla terra nuda, oltre al citato serraglio di insetti parassiti e roditori assortiti. Il “disertore” contava sulla misericordia di due “angeli custodi” – verisimilmente suoi fratelli o comunque congiunti mai citati a nome per tutelarne l’incolumità – che gli portavano ogni tanto qualche alimento. Il conforto maggiore gli veniva dalla vicinanza spirituale della Madonna, cui raccomandava continuamente se stesso e i suoi familiari, riponendo tutta la propria fiducia nella sua protezione.

Tre avvenimenti lo turbarono enormemente durante il lungo soggiorno nella cisterna: 

  1. l’arresto di sua madre ordinato dal sindaco – capo degli sbirri – perché rivelasse il luogo dove si nascondeva il figlio. La povera mamma, Angela Rosa Tarulli nativa di Grumo (1804-Altamura 1865) probabilmente non sapeva neppure dove si nascondesse il figlio, comunque non parlò, né possiamo escludere che lo strazio materno abbia contribuito alla sua morte nel 1865.
  2. la tortura inflitta al pastorello quattordicenne Giosafat Pinto per estrargli una informazione di cui probabilmente non disponeva; evidentemente pascolava il gregge in contrada Graviscella, ma Carlo Cardano lo cita a nome, a differenza di quanto avviene quando parla dei propri “angeli custodi”, quindi è da escludere che il ragazzo conoscesse il luogo del nascondiglio: comunque non disse nulla e venne torturato, come gli riferì “uno degli Angeli miei tutelari che facendo capolino, mi diceva brevemente quello che nell’antepassata notte era avvenuto. Per verità mi commossi a sentir le torture che diedero all’innocente pastorello, Giosafatte Pinto, perché non confessava loro dove io era”.
  3. il deperimento psicofisico del padre, vessato dal dolore per il futoro incerto del figlio, tanto che papà Filippo ne sarebbe morto nel 1866, pochi mesi dopo la moglie. E Carlo annota: “quello che sopra tutto in tal rincontro [con uno dei suoi angeli tutelari]   mi spezzò il cuore e mi cavò calde lagrime dagli occhi fu in sentire che il povero padre mio, o piaga che tuttora mi grondi vivo sangue! pel dolore di vedermi così ramingo, e per tema di non sentirmi quanto prima caduto nelle mani di coloro i quali a fin di togliermi la vita già mi avevano annoverato tra i briganti, era rimasto stupidito.”
Giardino Cardano alla Graviscella

Torniamo a Giosafat Pinto, vittima della travagliata unità del Paese. Nonostante le batoste spietate degli sbirri, il pastorello continuò a pascere le sue pecore. Era nato nel 1847 e a ventisette anni, nel 1874, sposò  Marta Ferrullo, che gli diede una bambina, Grazia. Marta morì nel 1876, in seguito al parto del secondogenito Michele, nato privo di vita. Giosafat sposò Teresa Lorusso nel 1877, e da lei ebbe una figlia, Maria, morta il 14 marzo 1881, dodici giorni dopo la nascita. Il pastore morì quarantaseienne ad Altamura il 20 febbraio 1893, nella casa in cui era nato, al civico 50 di Strada Santa Lucia. Mi sembra giusto ricordarlo, perché la nostra Storia non può né deve tacere il sacrificio di tanti che hanno pagato con la propria salute mentale, oltre che fisica, per glorificare i meriti spesso non autentici di chi ha “fatto” l’Italia, magari a spese del Mezzogiorno. È opportuno notare, a proposito di identità nazionale, che la ben nota citazione di Massimo d’Azeglio è una di quelle forzature storiche da rettificare, da ricondurre alla Verità. Chi non ha imparato a memoria “L’Italia è fatta, adesso bisogna fare gli Italiani”? Sentite cosa scrisse d’Azeglio nella prefazione a  I miei pensieri: “Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non gl’italiani”. Quel purtroppo di d’Azeglio è un macigno che pesa e schiaccia la nostra tradizione unitaria. Il ministro del Piemonte (e genero del Manzoni) rimase scettico fino alla morte, avvenuta nel 1866. Nell’Illustrazione italiana del 16 febbraio 1896 fu riportata dal deputato Ferdinando Martini una dichiarazione fattagli da d’Azeglio almeno trent’anni prima: “Se vogliono fare l’Italia bisognerà prima che pensino a fare un po’ meno ignoranti gli italiani”. Ciascuno deduca come gli pare.

Il manoscritto epocale di Padre Cardano è stato donato dal preside Alessandro Cardano nel 2020 alla Biblioteca Capitolare Finia di Gravina.  Il  manoscritto è risultato mùtilo al mio esame durato buona parte di quest’anno.  L’incontro felicissimo con un pronipote di Padre Cardano, un vecchio amico altamurano che non vedevo da oltre mezzo secolo (essendo entrambi altamurani fuorusciti) mi ha consentito di ricostruire il testo nella sua integrità. L’edizione critica del manoscritto di Padre Cardano, corredata di trascrizione, riproduzione, note critiche e saggio introduttivo, è all’esame di una casa editrice internazionale, in vista di una versione in inglese auspicata da S. Em. il cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo e primate di Sri Lanka. 

È bene sapere, è doveroso sperare, e se per farlo si toccano tasti delicati ci soccorre il monito di Matteo: Necesse est enim ut veniant scandala; verumtamen vae homini…

Sono grato a Carlo Centonze  e a Raffaele Difonzo per le ottime foto, rispettivamente della serata di presentazione alla Biblioteca Finia, e del Giardino Cardano alla Graviscella.

2 thoughts on “Il missionario dei due mondi, il pastorello torturato, e il Mezzogiorno sacrificato

  • 12 Gennaio 2024 in 06:57
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    Ricostruzione storica da certosino. Valorizzazione di un grande eroe minore. Un’occhiata sul deprecabile palco della quasi bugia storica dei Piemontesi non liberatori ma usurpanti e rapinatori del Sud Italia. Un personaggio di cui andare fieri: Carlo Maria Cardano.

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    • 16 Gennaio 2024 in 13:40
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      Ci corre l’obbligo di documentarci, di tramandare la Storia a chi ci sta intorno ma anche ai posteri, per impedire ad ogni bugia storica di allargare l’abisso che chiamiamo ignoranza, ovvero omologazione nel discorso di comodo. In definitiva, caro Tommaso, ci conviene far tesoro di ogni “one thought” e guardarci dal pestifero pensiero unico.

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