L’Ascensione altamurana di Ifigenia in Àulide

Ce ne ricorderemo, di questo pianeta… Sabato sera, 11 maggio, vigilia della Ascensione, abbiamo assistito alla pregevole messinscena di un testo teatrale greco che è addirittura riduttivo definire archetipo del sacrificio estremo per la patria. La complessità dei temi svolti da Euripide per sciorinare gli intrighi e la sete di potere, il panellenismo e il dramma personale di Agamennone e dei suoi congiunti si risolve con la catarsi di Ifigenia. Non temete: non è l’inizio di una lezione di Storia del teatro classico e neppure una recensione dello spettacolo che tanto brillantemente ha concluso la Rassegna Internazionale del Teatro Classico Scolastico, giunta alla ventinovesima edizione. È stata una occasione aurea per appurare che tanti allievi del Cagnazzi, stimolati dalla compartecipazione di scuole giunte da quattro Paesi europei – inclusa l’Italia – hanno superato abbondantemente le aspettative più ambiziose dei tanti che hanno seguito la rassegna fin dagli inizi, trenta anni fa. Certamente ha contribuito al successo molto lusinghiero l’atmosfera del Teatro Mercadante, non disponibile nei primi vent’anni della rassegna.

L’avere accolto gli allievi nel contenitore storico di tanti spettacoli memorabili di musica e di prosa rende onore a chi ha restaurato il nostro tempio massimo delle arti: è un segnale di continuità e di fiducia in un futuro migliore, perché la fiducia data ai giovani è la strada obbligata se vogliamo assicurare a questa Città le opportunità degne della nostra migliore tradizione culturale, dopo la lunga parentesi di abbandono e degrado del Teatro Mercadante. Non conosco altro teatro costruito in meno di sei mesi con duplice proposito: onorare il grande musicista nato ad Altamura (ma costretto ad abbandonare la città assediata dai sanfedisti nella notte tra il 9 e il 10 maggio 1799) e fornire lavoro e sostentamento ad una popolazione stremata e affamata dalla grave crisi economica che colpì Roma e il Mezzogiorno nel 1895.

“Coincidenze astrali” – commenterebbe un curioso personaggio pirandelliano, il lanterninosofista Anselmo Paleari de Il fu Mattia Pascal. Chiamiamola pure coincidenza, purché ne riconosciamo la portata esclusiva, pari a quella di un hapax dantesco, mettiamo i flailli, visto che me ne sono occupato recentemente.

Intanto la coincidenza tematica con le tragiche vicende del 1799: recupero della dignità di un popolo, lotta per l’autodeterminazione, abolizione dei privilegi di casta. È quanto predica Euripide per bocca del coro e delle coreografie (parole di ben diversa origine: la prima il luogo – si pensi a corte -dove si canta e si commenta l’azione, la seconda la danza [korea] più tardi descritta per fissarne i tempi, le movenze. Gli stessi protagonisti della tragedia, pur con i tentennamenti e i ripensamenti (i metabolai tanto utili per la fruizione dello spettacolo sacro del teatro greco) dei fratelli Agamennone e Menelao, persino dell’eroe per antonomasia, Achille, non possono esimersi dalla esaltazione dei principi che oggi riconosciamo fondanti per un sistema democratico.[1]

La giovane Ifigenia, sostituita al sacrificio rituale di un animale perfetto, è vittima innocente quanto ignara del proprio destino: cerca di dissuadere con ogni argomento Agamennone suo padre dal folle, malsano intento (follia e malattia sono voci usate da Euripide); ha capito l’inganno folle e arriva addirittura a dire al padre “Allora farò la stupida, così ti faccio contento.°  Poi si rende conto della impossibilità di mutare il destino atroce che la attende e anzi si oppone e redarguisce lo stesso  Achille cui Agamennone, artefice dell’inganno, la avrebbe promessa sposa. A ben vedere, si tratta di un luogo comune della commedia degli equivoci, che qui diventa tragedia satirica: è follia persino il desiderio di Artemide che vuole immolata la primogenita di Agamennone per calmare la burrasca e consentire alle navi degli Achei di salpare da Àulide alla conquista dei “barbari” di Troia.

Il sacrificio di una vergine ignara è il prezzo dovuto alla dea per punire il tradimento di una moglie pocodibuono di nome Elena. Mettiamo a confronto il dramma di Agamennone con quello di Abramo: questi viene messo alla prova estrema di fedeltà al proprio Dio, che ne constata l’ubbidienza e, soddisfatto, gli impedisce di immolare il figlio; Agamennone invece coglie nel capriccio folle della dea l’occasione per saziare la propria sete di potere a capo di tutti gli eserciti greci, di coprirsi di gloria (kléos è il termine greco). E a lui si allinea il ripensamento (metabolé) della figlia Ifigenia, convinta ormai della gloria di cui si ricopre come strumento della vittoria del suo popolo contro Troia. 

Il dibattito sul testo autentico di Euripide continua da secoli[2] e certamente continuerà. Il  meccanismo del deus-ex-machina, molto efficace nella storia del teatro, interviene con grande effetto scenico nel caso di Ifigenia in Àulide, e pone rimedio alla follia diffusa di uomini e dei. Resta il dubbio, certamente la possibilità, che Euripide non sia andato oltre il sacrificio, voluto ormai da Ifigenia. Non è mancato lo studioso pignolissimo che ha fatto notare che la cerva non ha palchi, detti comunemente corna; insomma la cornificazione è prerogativa dei maschi e questo sosterrebbe la tesi che la sostituzione della cerva a Ifigenia sia  vix Euripidis, ossia difficilmente voluta da Euripide.

Ammettiamo anche che l’ascensione di Ifigenia all’Olimpo sia stata aggiunta dagli editori, dai seguaci di Tespi abituati ad adattare dialoghi e scene alle aspettative del popolo, devoto alla sacralità del rito teatrale. Ne coglieremo l’analogia con la fede nella resurrezione, la fiducia cristiana nella trascendenza, nel dies natalis che è la morte: “Questo giorno ha visto tua figlia prima morta e poi viva” rivela il messo a Clitennestra, e il Coro ne gioisce e noi con il coro che ci rappresenta sulla scena: “Come sono felice di ascoltare questo racconto del messo! Dice che tua figlia è viva e dimora tra gli dei”. Dunque apprezzeremo ancora di più la stupenda coreografia che ha chiuso la rassegna di quest’anno. Azzeccatissima la cromia dominante dell’ascensione catartica: la candida vergine Ifigenia issata e proiettata verso il cielo nel vermiglio della enorme tunica sotto la pioggia di petali vermigli centrifugati dal bacino prodigioso di un ombrello capovolto: purpureos spargam flores, canterà Virgilio per bocca di Anchise nel Sesto dell’Eneide. L’ècfrasi scenica trionfante ha riscosso il lunghissimo applauso del pubblico. Forse non è superfluo ricordare qui che il rosso vermiglio è il simbolo liturgico del sangue, della Passione e del martirio di Cristo.

Ripensando ammirato a quella scena finale, mi è balenato il ricordo della Carrozzə senza kavaddrə də Faffrillə. Era lo spettacolo coi botti che chiudeva l’Ottava della festa dell’Ascensione [la Scilzə] fino a tutti gli anni Cinquanta, stando alla mia memoria. Nella mattinata del giovedì della festa c’era la  Prəcessionə di’ sandòrrə, le statuette dei santi portate dai ragazzi nell’antico scaldaletto di legno, u scafalittə. Erano sacre rappresentazioni e ne sono ricordo le piccole croci di legno ancora visibili sulla parete sinistra, all’esterno dell’arco di Porta Bari.

Così i diversamente giovani ricordano le proprie tradizioni e le collegano compiaciuti alla rivisitazione del teatro classico, che richiama quei riti e non finirà mai di stupire. Non finirà neppure quando ci saremo congedati da questo pianeta, ma vivremo sempre del ricordo di essere vissuti – anche un solo attimo – in questo pianeta: in sintonia con Sciascia, Villiers de L’Isle-Adam, Rilke. E ce ne ricorderemo.

Sono molto grato al dirigente scolastico, prof. Claudio Crapis, per l’invito allo spettacolo, il proverbiale “invito a nozze” per un pirandellista. Le foto della serata mi sono state fornite da Annalisa Divincenzo, Leonardo Denora e Federico Ceglie. Oltre alla messinscena e alla organizzazione dello spettacolo, gli allievi della 3ªB hanno curato il servizio fotografico. A loro, al regista Alessandro Fiorella ed ai docenti referenti della Rassegna (Giovanna Amoroso, Maria Grazia Berloco, Annalisa Divincenzo, Francesco Palmisano, Angela Scalera e Maria Tucci) rivolgo il mio vivo apprezzamento.


[1] Nella prefazione a Zecher la chorban, spunti e documenti raccolti per il bicentenario del 1799 altamurano, scrivevo tra l’altro: “Nella memoria del sacrificio è insito il messaggio di Libertà, affermazione del sacrosanto diritto all’autodeterminazione. È questa l’eredità autentica che ci hanno trasmesso gli altamurani del 1799. Uccisi, imprigionati, esiliati ma mai privati del diritto di credere nell’autodeterminazione di un popolo. Giovanni Bovio, ardente meridionalista, insiste proprio su questa prerogativa, che identifica con il principio della sovranità nazionale, <principio del 1799>.“

[2] Ampia documentazione e trattazione dell’argomento si trova nel volume recente a cura di Valeria Andò, Euripide, Ifigenia in Aulide. Introduzione, testo critico,traduzione e commento. Ca’ Foscari, 2021.

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