Aprile 1994-aprile 2020: lo sterminio in Ruanda, un triste anniversario per l’Umanità

Tra 800.000 e 1.174.000 sono i morti in circa 100 giorni, una carneficina fatta porta a porta con machete e bastoni. A questa triste contabilità si aggiungono 2 milioni di rifugiati e più di 300.000 donne stuprate. È il risultato della guerra civile che si è consumata in Ruanda tra il 6 aprile e la metà di luglio del 1994.

Il 6 aprile del 1994 l’aereo che trasportava il presidente ruandese Juvénal Habyarimana e il presidente burundese Cyprien Ntaryamira, entrambi di etnia hutu, è colpito da due razzi mentre è in fase di atterraggio a Kigali: non si salva nessuno. Gli hutu accusano i tutsi dell’attentato. Scoppia la guerra civile, l’occasione per una delle due etnie di liberarsi definitivamente dell’altra.

La rivalità tra le due maggiori etnie del Paese non è antica come hanno voluto farci credere. Prima dell’arrivo dei coloni europei (tedeschi e belgi), in Ruanda la società era suddivisa in classi sociali, basate su un differente rango economico e produttivo. I conquistatori europei scalzarono questa suddivisione e crearono i “gruppi razziali”, forgiando delle differenze genetiche che prima non esistevano. La vecchia distinzione sociale caratterizzata da mobilità, assunse un connotato prettamente etnico e statico: o hutu o tutsi. Questo ha creato delle rivalità, poi acuitesi con la scelta dei belgi di assegnare la leadership del Paese alla minoranza tutsi (circa il 15%). Inizia la graduale esclusione sociale degli hutu, ovvero l’85% della popolazione.

Poco prima dell’indipendenza, gli hutu si ribellano e, con il benestare del Belgio, conducono il Ruanda all’autodeterminazione. Subito dopo l’assassinio del presidente la situazione precipita in fretta, così velocemente che è evidente la pianificazione dello sterminio: dalla disponibilità delle armi, alle liste che indicavano chi uccidere immediatamente chi in seguito.

La propaganda hutu per sterminare i tutsi è determinante nel fomentare la partecipazione generale allo sterminio: dal giornale dell’Hutu Power, Kangura, con la sua retorica anti-tutsi, alle trasmissioni di Radio Televisione Libera delle Mille Colline, che inneggiano all’uccisione degli “scarafaggi tutsi”. Anche i bambini sono coinvolti direttamente nella guerra civile, poiché armati e invogliati a uccidere gli odiati nemici.

A essere massacrati non sono solo i tutsi, ma anche gli hutu considerati “moderati”.

Nel 2012, una relazione tecnica presentata da un pool di esperti francesi ha stabilito che i due missili terra-aria furono lanciati contro l’aereo presidenziale dal campo militare di Kanombe, dove alloggiavano le forze armate governative hutu.

Lo sterminio si conclude a luglio, quando le milizie tutsi riunite nel “Fronte Patriottico Ruandese” di Paul Kagame, depongono il governo degli hutu. Kagame è poi divenuto presidente provvisorio del Paese sino alla sua elezione democratica nel 2003.

Di fronte alla mattanza le potenze occidentali si dimostrano inette per negligenza e per premeditazione: le Nazioni Unite ritirano quasi tutto il loro contingente di pace, lasciando solo 300 uomini; gli USA non vogliono intervenire; il Belgio si limita a evacuare i propri cittadini; la Francia sarà poi accusata di aver inviato armi alle milizie hutu.

Il “Tribunale penale internazionale per il Ruanda” chiamato dal 1994 a giudicare i crimini emette nel 2015 numerose condanne all’ergastolo, molte delle quali poi ridotte vergognosamente a pochi anni di prigione. Alcuni dei responsabili di quell’orrore sono stati condannati, ma sono riusciti a fuggire alla giustizia grazie a complicità internazionali.

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